Saichi Sugimoto è il protagonista maschile della serie Golden Kamuy, ex soldato dell’Esercito Imperiale Giapponese durante la guerra russo-giapponese, famoso sul fronte con il soprannome di “Sugimoto l’Immortale” per la sua resistenza sovrumana e la capacità di sopravvivere a ferite mortali.
Nome completo: Saichi Sugimoto
Sesso: Maschile
Data di nascita: 1 marzo
Età: primi anni 20
Luogo di nascita: campagna della prefettura di Kanagawa
Professione passata: soldato semplice di prima classe dell’Esercito Imperiale Giapponese, membro della Prima Divisione – unità speciale d’assalto (detta “squadra della fascia bianca”)
Cibo preferito: cachi secchi, cervello di animali selvatici condito con sale
Cibo detestato: cavallette in agrodolce caramellate alla giapponese
Frase tipica: «Sono Sugimoto l’Immortale!»
Sugimoto è un giovane ex militare che ha combattuto nelle battaglie più dure della guerra russo-giapponese, come l’assedio di Port Arthur e la collina 203.
Lì si è guadagnato il suo soprannome grazie a una combinazione di forza fisica fuori dal comune, fortuna sfacciata e una ferrea volontà di non morire.
Dopo la guerra viene congedato e si ritrova senza pensione militare a causa di un’aggressione quasi omicida ai danni di un superiore che non sopportava.
Per raccogliere rapidamente denaro e pagare un’operazione agli occhi della donna che ama, parte per l’Hokkaido alla ricerca di oro, finendo coinvolto nella leggendaria vicenda del tesoro degli Ainu.
Sugimoto è un uomo nei vent’anni, dall’aspetto robusto e segnato.
La sua caratteristica più evidente è una profonda cicatrice che attraversa il volto in verticale e orizzontale, oltre a numerose altre cicatrici su tutto il corpo, ricordi delle battaglie e delle ferite riportate.
Prima di partire per la guerra aveva i capelli lisci, ma dopo le campagne militari la struttura è cambiata, diventando leggermente mossi e ribelli.
Il suo abbigliamento tipico è quello dell’esercito: cappello militare, sciarpa, cappotto o uniforme, con un aspetto da ex soldato che non ha mai smesso davvero di essere in guerra.
Indossa quasi sempre il cappello militare, che considera un oggetto prezioso.
Lo tiene persino durante il bagno o il ricovero in ospedale, togliendolo solo in momenti che lui stesso giudica particolarmente solenni o rispettosi.
Dopo essere stato colpito alla testa durante l’assalto alla prigione di Abashiri, porta una protezione metallica sulla tempia sinistra sotto il cappello.
Inoltre, a causa di una ferita grave alla gamba sinistra provocata da un fucile a pallini nascosto da Kohei Nikaidō, usa un rinforzo sopra i pantaloni per proteggere lo stinco.
Secondo vari personaggi, ha un viso “di classe” e “che potrebbe facilmente piacere alle donne”.
In un’occasione in cui fa da sosia in un incontro matrimoniale combinato, riesce addirittura a far innamorare una ragazza dichiaratamente molto esigente in fatto di aspetto.
Infanzia e famiglia
Saichi Sugimoto nasce in un villaggio rurale della prefettura di Kanagawa.
La sua famiglia è colpita da un’epidemia di tubercolosi: tutti, tranne lui, si ammalano e muoiono.
Per impedire la diffusione del contagio, Sugimoto brucia la casa di famiglia rimasta vuota.
Dopo aver salutato la sua amica d’infanzia Ume, che da tempo provava dei sentimenti per lui, abbandona il villaggio e resta completamente solo al mondo.
In quel periodo vive anche con il padre, gravemente malato di tubercolosi e prossimo alla morte.
Per farsi coraggio quando rischia di ammalarsi a sua volta, inizia a ripetersi: «Sono Sugimoto l’Immortale!»; una formula che userà poi per il resto della sua vita, specie davanti al pericolo.
Anni da vagabondo e ritorno in patria
Tra il 1899 e il 1901 vaga senza meta nelle regioni del Tōkai e del Kansai, vivendo di espedienti.
Alla fine torna al suo paese natale, ma scopre che Ume ha sposato il suo amico Toraji Kenmoto.
Ferito ma deciso a non fermarsi, Sugimoto lascia di nuovo la sua terra.
Questa volta prende la direzione di Tokyo, alla ricerca di un nuovo inizio.
Incontro con Mokutarō Kikuta e arruolamento
A Tokyo incontra Mokutarō Kikuta, allora sergente della Prima Divisione.
Kikuta, colpito dalla sua fisionomia, gli chiede di fare da sosia in un piano piuttosto bizzarro: la “Operazione difesa della verginità di Yūsaku Hanazawa”, progettata per far fallire un incontro matrimoniale combinato per un giovane ufficiale di nobile famiglia.
In questa occasione Kikuta nota che il volto di Sugimoto “ha classe” e lo chiama affettuosamente “randagio”.
Al momento di separarsi, gli regala il cappello militare appartenuto al fratello defunto, lo stesso che Sugimoto non si toglierà quasi mai negli anni successivi.
Per assicurarsi un minimo di sicurezza economica, Sugimoto decide di arruolarsi nella Prima Divisione dell’Esercito Imperiale Giapponese.
Così comincia ufficialmente la sua carriera militare.
Guerra russo-giapponese e nascita di “Sugimoto l’Immortale”
Durante la guerra russo-giapponese, Sugimoto partecipa a operazioni estremamente rischiose.
È assegnato alla squadra speciale d’assalto con fascia bianca, destinata a incursioni notturne e attacchi frontali in prima linea.
Partecipa all’assedio di Port Arthur e, successivamente, ai combattimenti sul Monte 203, sopravvivendo dove molti suoi commilitoni cadono.
Si distingue ancora nella battaglia di Mukden, uno degli scontri più sanguinosi del conflitto.
Sugimoto mostra una capacità quasi inumana di riprendersi da ferite gravissime: ferite che qualsiasi altro soldato non supererebbe, lui le supera in pochissimo tempo.
Per questo, tra i compagni e perfino tra i nemici, nasce la fama di “Sugimoto l’Immortale”, un uomo dato per spacciato più volte e sempre tornato in piedi.
Nonostante i numerosi meriti sul campo, commette un grave errore: in un impeto di rabbia ferisce quasi a morte un superiore che detestava.
Come conseguenza perde il diritto alla pensione militare e alle onorificenze che avrebbe meritato, inclusa probabilmente una decorazione che gli avrebbe garantito una rendita sufficiente a vivere e ad aiutare Ume senza correre altri rischi.
Il legame con Toraji Kenmoto e Ume
Durante la battaglia di Mukden, il suo amico d’infanzia Toraji Kenmoto muore in combattimento.
Prima di morire, affida a Sugimoto una preghiera: prendersi cura di Ume, ormai sua moglie, che soffre di una grave malattia agli occhi.
La cura per la malattia di Ume richiede un intervento costoso negli Stati Uniti.
Sugimoto decide di onorare la promessa a ogni costo, anche se questo significa affrontare ancora una volta la morte.
Per trovare rapidamente la somma necessaria, dopo il congedo parte da solo verso l’Hokkaido.
Lì spera di arricchirsi in fretta con la ricerca di oro nei fiumi.
Inizio dell’avventura in Hokkaido
In Hokkaido Sugimoto sopravvive raccogliendo pagliuzze d’oro, un lavoro durissimo e incerto.
Un giorno sente parlare dell’esistenza di un grande tesoro degli Ainu, oro rubato e nascosto, e del misterioso metodo usato per indicarne il nascondiglio attraverso tatuaggi sul corpo di detenuti evasi dal carcere di Abashiri.
All’inizio considera la storia una pura fantasia, ma finisce per imbattersi in prove concrete che confermano l’esistenza del tesoro.
Durante uno scontro con un enorme orso bruno, viene salvato da una ragazza Ainu, Asirpa, dotata di grande abilità nella caccia e nella sopravvivenza.
Ascoltando il racconto di Asirpa, che ha perso il padre a causa dello stesso intrigo legato all’oro, Sugimoto capisce che i loro obiettivi sono diversi ma il loro percorso può essere lo stesso.
Propone quindi un’alleanza: lui cerca il tesoro per salvare Ume, lei per scoprire la verità sul padre; insieme iniziano un lungo viaggio attraverso l’Hokkaido, braccati da soldati, disertori e criminali tatuati.
Sugimoto è, prima di tutto, una persona profondamente leale e dal forte senso di giustizia personale.
Tratta con rispetto bambini e anziani, si mostra educato e gentile con chi non rappresenta una minaccia e mantiene le promesse anche a costo della vita.
È curioso, a tratti ingenuo, con un lato insospettabilmente “candido” e quasi romantico.
Ha una debolezza per le cose carine o rilassanti, mostrando a volte reazioni più “da ragazza” della stessa Asirpa, nonostante la sua immagine di duro.
L’esperienza di discriminazione subita nel villaggio a causa della tubercolosi in famiglia lo ha reso particolarmente sensibile verso ogni forma di emarginazione.
Per questo prova una forte avversione per pregiudizi e persecuzioni e tratta gli Ainu e la loro cultura con sincero rispetto e curiosità.
Nel rapporto con Asirpa dimostra un rispetto costante, chiamandola sempre “Asirpa-san” in segno di stima.
Ne apprezza grandemente le conoscenze sulla natura e sulla sopravvivenza, considerandola una vera partner, non una semplice “ragazzina da proteggere”.
Sugimoto tende a riconoscere e rispettare anche chi, pur essendo un criminale o un assassino, vive seguendo una propria logica e un proprio credo.
Perfino davanti a figure estreme come Kazuo Henmi, ossessionato dall’omicidio, riesce a trovare un briciolo di comprensione, mostrando un’etica personale complessa e mai totalmente manichea.
Allo stesso tempo, non si lascia sedurre da grandi ideali militaristi o da progetti politici come quelli del tenente Tokushirō Tsurumi.
Quando Tsurumi parla dei suoi piani ambiziosi, Sugimoto li liquida con un netto “non ho intenzione di seguirti”, dimostrando che la sua bussola morale non si piega ai “grandi disegni” dei superiori.
Il lato oscuro: l’uomo che non esita a uccidere
Dietro la gentilezza e l’umanità, si nasconde però un lato spietato.
Sugimoto afferma chiaramente di non essere un sadico, ma di aver imparato sul campo di battaglia una regola di sopravvivenza: “se rischi di essere ucciso, uccidi per primo senza esitare”.
Quando percepisce qualcuno come “nemico” o come potenziale minaccia per Asirpa, scatta in lui un interruttore.
In quell’istante diventa una macchina da guerra fredda e determinata, pronta a eliminare l’avversario senza il minimo tentennamento.
Secondo Kazuo Henmi, il suo corpo emana “l’odore del sangue e dei killer”, talmente intenso che persino Ume, ormai quasi cieca, non riesce più a riconoscerlo e lo respinge perché sente quel tanfo di morte addosso.
Yoshitake Shiraishi arriva a dire che, tra tutti, “è lui il più spaventoso”, proprio per questa calma assoluta nel togliere la vita.
Sugimoto cerca di sopportare il peso delle sue azioni attraverso una forma di autoinganno.
Si ripete che i “cattivi” – russi, criminali, assassini – hanno il cuore già corrotto o mancante, e che quindi non soffriranno davvero per la loro morte.
Allo stesso tempo, però, conserva il ricordo di tutte le persone che ha ucciso, almeno di quelle che ha guardato in faccia da vicino.
Dice che ricordare i loro volti è la sua forma di espiazione, il modo per non svuotarsi completamente come essere umano.
Questa contraddizione interiore – anestetizzarsi per continuare a combattere, ma non dimenticare per non perdere se stesso – lo condanna a vivere come un uomo che non è mai veramente tornato dal fronte.
Anche dopo la fine della guerra, il suo cuore rimane “intrappolato in trincea”.
Traumi e fragilità interiori
Sugimoto soffre di flashback frequenti dei campi di battaglia.
Ci sono momenti in cui confessa di non riuscire più a tornare al “se stesso di un tempo”, come se il Saichi prima della guerra fosse mortonel fango della collina 203.
A volte, la lotta per la sopravvivenza degli animali che caccia – come un cervo ferito che fa di tutto per non morire – lo scuote profondamente.
Si rivede in quelle creature, spaventate ma determinate a vivere, e questo lo manda in confusione.
Nonostante la fama di “Immortale”, è un uomo pieno di ferite invisibili.
La sua ostinazione a sopravvivere è al tempo stesso il suo punto di forza e la cicatrice più profonda.
Sugimoto possiede una forza fisica e un istinto di combattimento impressionanti, tali da fargli affrontare da solo un’intera squadra armata.
Nelle battaglie ravvicinate è talmente efficace da essere definito senza esagerazioni “un esercito di un sol uomo”.
È particolarmente letale nel corpo a corpo.
La sua specialità è il combattimento di assalto: cariche a baionetta, lotta a mani nude, utilizzo di armi improvvisate e sottratte al nemico.
Perfino Tatsuuma Ushiyama, un genio del judo di enorme forza, ammette di non aver mai incontrato “uno così forte” come lui.
Quando decide di attaccare, non mostra la minima esitazione e continua a incalzare l’avversario finché non lo abbatte completamente.
Equipaggiamento
Anche dopo il congedo, Sugimoto continua a usare le dotazioni d’ordinanza dell’esercito.
Di solito è armato con un fucile da fanteria Tipo 30, una pistola Tipo 26 e una baionetta Tipo 30.
Porta con sé anche il suo cappello militare, il corredo per le munizioni, coltelli come il classico pieghevole “Higonokami” e la gavetta.
Questi oggetti, oltre a essere pratici, rappresentano un legame costante con il suo passato militare.
Resistenza e capacità di recupero
L’aspetto più straordinario delle abilità di Sugimoto è la sua resistenza fisica quasi sovrumana.
Ripetutamente viene ferito da colpi di arma da fuoco, coltellate, esplosioni e ferite che dovrebbero immobilizzarlo per mesi, eppure si rimette in piedi in tempi incredibilmente brevi.
Durante l’assalto alla prigione di Abashiri, viene colpito alla testa mentre si trova accanto al misterioso “Noppera-bo”, che si rivela essere il padre di Asirpa, Wilk.
Sugimoto usa il corpo di Wilk come scudo, evitando la morte istantanea ma subendo la perdita di una parte del cervello.
Il medico Kano Ienaga pratica un’operazione rischiosissima al cranio di Sugimoto.
Durante l’intervento, Ienaga arriva addirittura ad assaggiare un pezzetto del suo cervello, un dettaglio grottesco che rende ancora più assurda la successiva guarigione quasi completa di Sugim
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